Per quanto riguarda l’invidia possiamo esaminare i modi in cui paragoniamo noi stessi agli altri.
Sex Addicts Anonymous, p. 68 (p. 35 inglese)
Se mi guardo indietro, vedo come la mia vita si sia trascinata avanti passando da un’infanzia fatta di solitudine e isolamento, attraverso un’adolescenza in cui mi sentivo a disagio, e infine in un’età adulta in cui l’invidia era un passeggero fisso a bordo dell’autobus della vita. Non mi confrontavo con gli altri pensando che fossero più intelligenti, più forti, più belli o più popolari, ma più da quello che ho visto guardando la mia immagine nello specchio della vita. Vedevo uno spaventapasseri allampanato, un ragazzino col moccio al naso che indossava giacche di tweed e un papillon. Avevo imparato a detestare quest’immagine.
Negli anni continuavo ad avere l’impressione di essere ancora il ragazzino che avevo percepito come brutto. In questa prigione ho evitato le amicizie strette, ho sminuito le mie capacità e ho trovato ragioni per fallire. In questo turbine di auto-disapprovazione, il dipendente in me ha trovato la sua casa.
Il mio lavoro in recupero ha portato molti doni, alcuni immediatamente evidenti e altri che crescono piano piano, non visti. Tra i doni meno evidenti, una crescente accettazione di me stesso è sbocciata dall’amore e dall’accettazione dei miei amici nella fratellanza e dall’amore e dalla grazia del mio Potere Superiore. Questa accettazione ha permesso all’amore di sgorgare in superficie. Alla fine, il circo della follia che chiamo la mia percezione negativa di sé è svanito. Ora, l’uso più spiacevole dello specchio è controllare quella fastidiosa macchia sulla mia camicia o vedere se la mia cravatta è dritta.
Sono un prezioso figlio di un Dio amorevole. Non ho bisogno di paragonarmi agli altri.
